1 Aprile 2014
I dati sono allarmanti: le frodi sono triplicate negli ultimi anni

La tendenza a risparmiare nella preparazione degli alimenti sotto la pressione della crisi aumenta il pericolo delle frodi.
E, proprio le frodi e le contraffazioni a tavola sono un crimine particolarmente odioso in tempi di recessione perché si fonda soprattutto sull'inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti.
E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente le operazioni effettuate dai carabinieri del Nas che hanno portato nel 2013, in Italia, a sequestrare beni e prodotti per un valore di 441 milioni di euro soprattutto con riferimento a prodotti base dell’alimentazione come la carne, farine, pane e pasta, latte e derivati, vino ed alcolici, ma anche in misura rilevante alla ristorazione dove per risparmiare si diffonde purtroppo l’utilizzo di ingredienti low cost che spesso nascondono frodi e adulterazioni.
Dalla carne di cavallo spacciata per manzo nei ragù e cibi pronti ai cibi etnici con scadenza alterata, dai salumi ottenuti da carne olandese spacciati come Made in Italy ai prodotti importati contaminati da Ogm ma anche le truffe sul falso biologico proveniente dall’estero o quelle del pesce marcio ringiovanito da agenti chimici proibiti in Italia come il cafados, sono alcuni esempi di frodi che hanno segnato il 2013 secondo il monitoraggio dalla Coldiretti.
“Non solo viene messa a rischio la salute dei cittadini ma, per effetto della falsificazione e delle frodi, – sottolineano il presidente e il direttore della Coldiretti Alessandria Roberto Paravidino e Simone Moroni - vengono sottratti all’agroalimentare nazionale decine e decine di milioni di euro al giorno che potrebbero invece generare reddito ed occupazione”.
Le preoccupazioni riguardano proprio l'Italia, forte importatore di prodotti alimentari, con il rischio concreto che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese, l'extravergine tunisino, le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate proveniente dall'estero.
Un segmento che è notevolmente cresciuto negli anni della crisi come dimostrano i dati sul commercio al dettaglio nei discount alimentari che peraltro nel corso del 2013 sono gli unici a fare registrare un aumento (+1,6 per cento).
Dietro questi prodotti low cost spesso si nascondono infatti ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi. Lo dimostra il fatto che sul mercato mondiale la pressione della crisi è sostenuto il commercio di surrogati, sottoprodotti e aromi artificiali utilizzati per nascondere la bassa qualità degli alimenti.
“Si tratta di preoccupazioni che - precisano Paravidino e Moroni - riguardano anche l'Italia che è un forte importatore di prodotti alimentari, con il rischio concreto che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese, l'extravergine tunisino, le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate proveniente dall'estero”.
Il risultato è che nel 2013 sono aumentati del 14 per cento gli allarmi alimentari in Italia con ben 534 notifiche sulla sicurezza di cibi e bevande potenzialmente dannosi per la salute, sulla base del sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (RASFF), rispetto al 2007 in cui è iniziata la crisi: un balzo record nel numero di notifiche nazionali al sistema di allerta comunitario per la prevenzione dei rischi alimentari, rispetto allo stesso periodo di cinque anni fa, prima dell’inizio della crisi.
Spesso la criminalità si avvantaggia della mancanza di trasparenza nei flussi commerciali e nell’informazione ai consumatori. In questa situazione c’è spazio per comportamenti illeciti dagli effetti gravissimi sia per la salute delle persone che per l’attività economica delle imprese.
“Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano – concludono Paravidino e Moroni - la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della legislazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata, voluto con una legge nazionale approvata all’unanimità dal parlamento italiano ma non ancora applicata”.

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